“Non sapendo bene cosa desiderare ti limiti a provare i desideri degli altri” (cit.)

Ho sempre avuto un problema con la tecnologia portatile. Mi mette ansia.
Credo che derivi dalla mia fobia nel portarmi in giro oggetti troppo costosi, si parli anche di abbigliamento.
Non ho mai voluto cellulari di ultima generazione, qualunque fosse “l’ultima generazione” in corso.
L’idea di possedere uno Smartphone mi terrorizza.
Uno strumento che connette SEMPRE a internet.
INCUBI.

Negli anni ’90, che io ho vissuto da infante, tornare dalle vacanze voleva dire organizzare una cena tra amici e mostrare loro compiaciuti un album con al massimo 72 foto – l’equivalente di 2 rullini – con ritratti e panorami molto turistici.
Per gli amici era uno strazio vedersi imporre questo “spettacolo” e stavano bene attenti a sostare sulle foto stampate su carta lucida quel minimo di 5 secondi necessario per non apparire poco interessati.

Con l’arrivo dei social network le cose sono cambiate.
Torni dalle vacanze e gli amici cominciano a chiederti
“Oh, ma le foto? Non le metti su Facebook?”
Sarà che si è un po’ ritrovato il gusto di farsi i fatti altrui, sarà che non abbiamo più l’amico che ci guarda in faccia ansioso di un feedback e possiamo scorrerle alla velocità che vogliamo, ma guardare le foto delle vacanze altrui è diventato quasi un piacere.
Le si scorre, si mette “mi piace”, si piazza un commento.

Poi sono arrivati gli Smartphone. E Instagram.
Non ho idea di come funzioni l’applicazione mobile in sè, vedo solo gli album di Facebook “Instagram Photos” dei miei amici ingrandirsi sempre di più.
Tale applicazione secondo Wikipedia “permette agli utenti di scattare foto, applicare filtri, e condividerle su numerosi servizi di social network”.

Non si può scattare una foto su Instagram senza condividerla.
L’importante è fare in modo che la veda chi mi segue sui vari social.
Quindi cosa accade?
Sono in vacanza, magari in coppia, ed entrambi passiamo due settimane a scattare foto (e questo nell’era del digitale è anche relativamente normale), ma ci prendiamo davanti al cellulare anche il tempo di caricarle su Instagram e ogni volta che sopraggiunge un feedback controlliamo.
Un “mi piace”, un commento, un retweet.
Ogni scusa è buona per ritirare fuori il cellulare di tasca e vedere come vanno i nostri upload.

Anche ai concerti è sempre più difficile stare nelle ultime file e non vedere davanti a sé un tripudio di cellulari e macchine fotografiche.
I primi anni in cui avevo la compatta digitale mi divertivo anch’io a scattare centinaia di foto ad un singolo concerto per esser sicura di averne almeno una decina di buona qualità.
Ma non era il gusto della condivisione che mi portava a scattare compulsivamente, era la sicurezza di avere un ricordo anche tangibile del momento.

Oggi sembra si vogliano avere ricordi tangibili di TUTTI i momenti.
Dalle serate con gli amici alle vacanze, passando per la crescita dei figli.
E non basta fotografarli, bisogna anche condividerli, e all’istante, sennò… sennò che succede?
Era così terribile aspettare di essere a casa, disfare le valigie, selezionare le foto migliori e metterle su Facebook per quelle due centinaia di amici accuratamente selezionati dal 2008 ad oggi?

Proporre in tempo reale le foto tramite Instagram è un po’ tornare a quell’imposizione anni ’90 delle foto lucide dell’album: anzi, pubblicando per tutta la durata della vacanza si ritorna ai salotti bui, illuminati solo dalla luce del proiettore, nell’afa dei primi di settembre, con le DIAPOSITIVE che scorrono LENTAMENTE davanti all’ospite, spiegando per filo e per segno dove e quando le foto sono state scattate mentre quello si contorce sul divano sperando in un bicchiere di prosecco sul finale.

Viversi i momenti a volte sarebbe molto meglio che fotografarli.
Gli occhi sono la migliore macchina fotografica che possiate trovare.
Anzi, la migliore App per fare le foto! 🙂

papa2005-2013

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