Parliamo di libri: “Aspro e dolce” (Mauro Corona) – 2004

Da Facebook si scoprono molte cose, tra cui l’abitudine delle ragazzine di leggere Charles Bukowski.
E se anche non lo leggono citano frasi dai suoi testi per far sapere che le condividono.
Di Bukowski ho letto solo “Compagno di sbronze”, una raccolta di racconti edita da Feltrinelli, di cui alcuni chiaramente autobiografici.
Me lo sono dimenticato in fretta, ma mi ricordo che ogni racconto mi lasciava con un alone di disgusto addosso… del resto secondo Wikipedia il genere dell’autore rientra nel “realismo sporco” (tzè, ancora questa pessima abitudine di voler dare un nome a tutto!)

Ma che c’entra Bukowski con Mauro Corona?
C’entra perché “Apro e dolce” parla del rapporto dell’autore con gli alcolici e in brevi capitoli dichiaratamente autobiografici racconta le sue sbronze peggiori e le conseguenze che ne derivavano.
Perché ho preferito Corona a Bukowski e mi sento di consigliarlo?

Corona é un signore nato nel 1950, che vive da sempre a Erto.
Sempre secondo Wikipedia “Nei suoi romanzi Corona ci porta a contatto con un mondo quasi del tutto scomparso: quello della vita e delle tradizioni nei paesi della Valle del Vajont, un ecosistema che subì violenti sconvolgimenti a seguito della tragedia. Personaggi ed echi del passato riaffiorano tra le righe di Corona, che affronta con uno sguardo appassionato e un po’ malinconico tematiche come il rapporto dell’uomo con la natura, con le proprie radici e con l’incombente progresso economico e tecnologico.”

In ogni intervista che mi è capitato di vedere Corona è sistematicamente in canottiera, di fianco al giornalista che regge il microfono battendo i denti nel piumino tra le montagne ventose del Friuli. Scrive i suoi romanzi su quaderni rilegati con lo spago mostrandoli alla telecamera lisciandosi la folta barba grigia e dicendo: “quando morirò i miei figli su questi quaderni troveranno papà, con lo starnuto, la goccia su sudore e la lacrima. Il computer è comodo, ma per scrivere ci vuole la penna”.

In “Apro e dolce” Corona parla dell’alcool, dell’uso che i montanari ne hanno sempre fatto, raccontando le sue sbronze peggiori e descrivendone le conseguenze.
In questo l’ho trovato simile a Bukowski, ma al contrario dell’autore tanto apprezzato dalle nuove generazioni per la sua sregolatezza, Corona mette in guardia i giovani sui rischi dell’alcool raccontando di tutte le volte in cui ha rischiato la vita annebbiato dal vino.
Fa questo senza mai cadere nel tanto criticato “moralismo” perché egli parla come uno che ha bevuto e beve molto: in montagna passare dal latte al vino vuol dire crescere, diventare adulti, e smettere di bere è praticamente impossibile.
Corona descrive i suoi molteplici tentativi di eliminare l’alcool dalla sua vita, rifugiandosi nelle baite in esilio, sempre sistematicamente interrotto dagli amici che lo raggiungono con le vettovaglie, tra cui ovviamente fiaschi e fiaschi di vino.
Ci si diverte a leggere le disavventure di questa compagnia di montanari, che crescono tra una sbronza e l’altra uscendone sempre in qualche modo, ma c’è sempre il sottotesto del pericolo scampato, dell’errore che si nasconde dietro quel bicchiere di troppo.
Ci si riconosce in quest’uomo che anche avendo superato i trenta beveva per farsi coraggio durante le presentazioni dei suoi libri e le mostre delle sue sculture in legno, per superare una timidezza che non passa con l’età.
Quel che conta è che questo libro di Corona non può lasciare indifferente il lettore.
L’astemio e il bevitore occasionale forse non capiranno come l’alcool possa attirare così tanto da portare diversi uomini alle situzioni descritte, ma chi ama bere e ha preso almeno una “ciucca” potente quanto quelle di Corona e dei suoi amici sorriderà e si preoccuperà con loro.

“Il cognac è liquore da disgrazie, da dolori, da spavento, da emozioni tragiche.
Il vino è per la festa, le sagre, le cose belle.
L’acquavite è per la malinconia, la solitudine, per coloro che vivono isolati.
Ogni tipo di alcolici ha una funzione precisa nella vita delle persone.
Svolge azione lenitiva o aggressiva, secondo i casi.
Le donne bevitrici, salvo rare eccezioni, amano il bianco.
Il bianco è vino per solitudini femminili.
Il marsala nettare per vecchiette in gamba, lucide, forti di polso, che non bevono molto, qualche bicchiere per tirare su il cuore, come usa dire quassù.”

coronavino

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