LOVE STORY – libro, film e… musical!

Love Story è una di quelle storie che conosco in tutte le versioni: libro, film… e musical!
Forse non tutti sanno che ieri sera c’è stata la prima nazionale al Teatro Duse di Bologna del Musical in italiano di Love Story e io in quanto appassionata di musical ero in prima fila (letteralmente, per la prima volta a teatro non mi son dovuta preoccupare della presenza di teste ricciute davanti a me).
Il libro, che secondo wikipedia non è altro che il trattamento della sceneggiatura del film trasposto in romanzo è per forza di cose molto simile alla versione cinematografica.

É stata la mia lettura da treno per un giorno e anche se breve è riuscito a coinvolgermi nella storia di questa giovane coppia degli anni settanta che andando contro alle aspettative delle famiglie si sposa. Al culmine della loro felicità Jenny e Oliver scoprono che lei è gravemente malata di leucemia e non le resta molto da vivere.

Il buon Frusciante sostiene che il film di Love Story sia stato il capostipite di un intero filone cinematografico che lui chiama “i film col morto” e in effetti c’è un grande difetto che io ho sempre visto in questa storia.
Se l’avessi scritta io non avrei detto nelle prime righe, nella prima battuta o nella prima strofa che lei è destinata a morire.
Avrei distrutto lettori e spettatori solo sul finale, senza prepararli fin dall’inizio a un finale tragico.
Ma forse l’autore e sceneggiatore Erich Segal aveva trovato il modo migliore di evitare gli spoiler.

Un’altra sensazione che mi hanno provocato tutte e tre le versioni è il mio tifare per gli adulti della storia: un po’ perché gli anni settanta della ribellione giovanile sono finiti, un po’ perché i matrimoni precoci non li ho mai compresi del tutto, tutto questo entusiasmo per la giovane coppia Barret non l’ho mai provato.

Ho sempre sostenuto la tesi di Oliver Barret III “se questo amore è destinato a durare, resisterà anche alla prova del tempo!” Meglio laurearsi prima del matrimonio!

Ho apprezzato il musical ieri sera anche per la maggiore attenzione riservata al padre di Jenny che nelle precedenti versioni è un personaggio davvero defilato.
Ho cominciato a sudare dagli occhi quando c’era lui sul letto di morte di Jenny a dire “ho già visto tua madre morire così”, mi ha coinvolto molto di più il suo rapporto con la figlia che non quello amoroso dei due venticinquenni.
Phil (così Jenny chiama suo padre) nel musical si mostra anche realisticamente alterato per la decisione della figlia di abbandonare gli studi per amore di Oliver.
Qualsiasi padre dopo una vita di sacrifici vorrebbe vedere la figlia in una prestigiosa accademia musicale parigina e non a mantenere un ex miliardario.
In film e libro invece Phil appariva l’esatta antitesi del padre di Oliver, accettava più o meno di buon grado ogni decisione di Jenny, e non si faceva riferimento alla sua opinione riguardo alla borsa di studio a Parigi.

Rimanendo sul musical, si è colorita in meglio anche la vita di coppia dei due protagonisti.
In libro e film Oliver e Jenny sono sempre soli tra di loro, escludendo i compagni di stanza di lui.
Lei sembra non avere amiche, e specialmente nel libro il matrimonio è reso in modo davvero triste, con cinque partecipanti a volere abbondare… ok la cerimonia intima, ma tra desolazione e intimità ci sono molte sfumature.
Nel musical, anche per non affaticare i due attori protagonisti immagino, ci sono molte scene corali, in cui i ragazzi sono tra amici e perfino lei ha qualcuno con cui parlare di lui.

Ecco, una decisione discutibile può essere stata inserire il personaggio della madre di Jenny, ormai in versione fantasma, che di verde vestita rassicura la figlia dicendole che la malattia “non fa male, è come cadere giù da una scogliera lentamente”.
È un buon modo di consolare il pubblico, facendo riconciliare le due donne nell’aldilà, ma sfociare nel trash è molto facile in questi casi.

E a proposito di trash, per chi vedrà il musical in altre città: la scena in cui Oliver e Jenny cucinano la pasta è fedele all’originale, nel libro lei invita lui a farsela piacere per potergliela cucinare anche in ristrettezze economiche.
Ieri sera qui a Bologna, sul finale del pezzo, quando dicono che quello che qui si chiama ragù nel resto del mondo è “alla bolognese” si è sfiorata la standing ovation.
Detto questo, consiglio a tutti gli amanti del film di fare un salto a teatro se il musical comincerà a girare per l’Italia.
Un atto unico, un paio d’ore che volano, e l’uomo nemmeno si è addormentato.
Il rischio quando si traduce un musical in italiano è che le parole diventino grevi e forzatamente inserite nella musica (rischio diventato reatà con “Grease”)… mentre adesso che sto ascoltando su YouTube le versioni originali dei brani, per quel che capisco noto che la traduzione è stata molto fedele e azzeccata.

Poi suvvia, uno spettacolo noto per far piangere LE SUE SPETTATRICI che come merchandising prima di entrare in platea distribuisce pacchetti di fazzoletti brandizzati col marchio del musical merita la vostra attenzione!

lovestoryloc

“Imparai ad apprezzare gli spaghetti e Jenny imparò tutte le ricette possibili e immaginabili per far sembrare la pasta sempre qualcosa di diverso.
Tra quello che avevamo guadagnato durante l’estate, il suo stipendio, l’anticipo datomi sul lavoro serale che mi ero impegnato a svolgere all’ufficio postale durante il periodo natalizio, ce la cavavamo discretamente.
Be’, c’erano tanti film che non vedevamo (e tanti concerti ai quali Jenny era costretta a rinunciare), ma tutto sommato riuscivamo a sbarcare il lunario. Naturalmente più di così non potevamo fare.
Da un punto di vista sociale la nostra vita cambiò in modo drastico.
Eravamo sempre a Cambridge e in teoria Jenny avrebbe potuto continuare a frequentare i suoi amici musicisti. Ma non ne aveva il tempo. Tornava a casa da Shady Lane esausta e subito c’era la cena da preparare (mangiare fuori era assolutamente al di sopra delle nostre possibilità). D’altra parte i miei amici erano abbastanza discreti da lasciarci in pace. Non c’invitavano per non costringerci a invitarli, se capite ciò che intendo dire.”

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