Dramma Metropolitano – atto unico su una telecamera smarrita all’EXPO

La scena.

Arrivo a Milano per andare all’Expo a trovare l’uomo (come avevo accennato la settimana scorsa), dopo 3 ore di treno e una buona mezzora di metro faccio il check-in in albergo, mollo la valigia, mi cambio e torno alla metro per andare finalmente all’Expo.
Sono le 3 del pomeriggio, fa caldo e sono a stomaco vuoto.
Ho incastrato il portafogli e la custodia degli occhiali da sole nel minuscolo marsupio che ho trovato in casa e che sostituisce il mio fedele marsupio da lavoro che uso quando faccio riprese per avere le mani libere.
Sparito, non si sa dove sia, e il sostituto è inefficace e bruttissimo.
Vado in giro quindi con marsupio orrendo e troppo pieno, custodia della macchina fotografica in cintura, telecamera a tracolla e cavalletto in spalla nella sua brava custodia con scritto REPORTER.

Insomma arrivo all’Expo, vado a fare l’accredito “media”, prendo il pass e vado verso l’ingresso per i controlli di sicurezza. Passo col pass e vado a prendere la navetta, l’uomo mi aspetta sotto Palazzo Italia che è alla fermata 4. Salgo, scendo e vedo l’Albero della Vita.
Sono convinta che sembri un calcinculo senza seggiolini che nemmeno gira, ma una inquadratura con questa bella luce decido di farla.
Tiro fuori il cavalletto dalla custodia, lo apro, lo appoggio per terra e prendo la telecamera.
O meglio… prenderei la telecamera se ce l’avessi a tracolla dove effettivamente dovrebbe essere.

Comincio a girare su me stessa come i cani quando cercano di prendersi la coda in cerca della borsa, ma è evidente.
Non ho più la telecamera.
Al che parte il dramma.
Chiamo l’uomo, che ovviamente è in ritardo, piango come una disperata e il dialogo che avviene è il seguente:
– DOVE SEEEEIII???
– Arrivo, spaccarompi!
– (da leggersi con tono drammtico degno di una fiction Rai) E’ SUCCESSA UNA COSA TERRIIIIBILEEE!
– Cosa?
– LA TELECAMERA… (pausa ad effetto) … è RIMASTA SULLA NAVETTAAA!
– Ma come fai a essere così rincoglionita?

L’uomo si palesa, col suo solito passo da Terminator, lo abbraccio, ma non è esattamente così che immaginavo il nostro incontro dopo due settimane.
Chiama l’ufficio degli oggetti smarriti, gli dicono che la consegna dalle navette la fanno una volta ogni tot ore, io sono sempre più vicina a una crisi isterica, mi appoggio sui cestini stracolmi e ci faccio piovere sopra dagli occhi.
“CHE COSA FACCIO QUA PER UNA SETTIMANA SENZA TELECAMERAAA???
NON POTEVO LASCIARCI IL CAVALLETTO SU QUEL BUS DI MERDAAA???
ODDIO, LA MIA BAMBINAAA! SONO STANCAAA!!! QUANDO SONO STANCA NON RIESCO A PENSARE E LASCIO IN GIRO LE COSEEE!”

L’uomo che in questi momenti direi che ha più senso pratico di me mi trascina alla fermata della navetta più vicina e aspettiamo.
La navetta dentro l’Expo è gratuita, fa il giro attorno al sito espositivo in 10 fermate e non è una sola, credo siano almeno tre che si inseguono lungo il percorso.
Cominciamo a prendere una navetta, facciamo una fermata chiedendo all’autista se gli hanno consegnato una borsa nera, facciamo il giro dell’autobus, scendiamo alla prima fermata e aspettiamo la navetta successiva.
Al terzo tentativo riconosco l’autobus, nonsocome perché sono tutti uguali, mi aggiro attorno alla cabina dell’autista con fare circospetto, gli occhi rossi sotto gli occhiali da sole e un aspetto terrificante.

Al che il conducente impietosito mi chiede:
– Hai perso qualcosa?
– Le hanno consegnato una borsa? L’ho lasciata sulla navetta neanche mezzora fa.
– Com’è fatta? [giustamente, sennò potevo essere chiunque e reclamare una fantomatica borsa mai vista]
– (notare la mia descrizione minuziosa, degna di almeno il 90% delle borse in commercio nel mondo)
è PICCOLA, NERA E CON LA TRACOLLA.

L’autista mi guarda in faccia, si scambia uno sguardo DIVERTITO con un collega lì di fianco, e comincia ad armeggiare dietro la guardiola.
Temporeggia, lo vedo che ci sta mettendo più del dovuto, e finalmente tira fuori la mia bambina con il suo bel fischietto giallo appeso alla cerniera.
“È LEI!” e la abbraccio come si potrebbe abbracciare la propria prole al ritorno dopo il primo campo scout.

Sipario e applausi.

Epilogo: ho lasciato il cavalletto sul bus circolare 91 l’ultima sera a Milano, a nulla è servito arrivare al capolinea a chiedere a custode ed autisti.
Era un cavalletto Manfrotto che mi era stato regalato, del valore di 55€, ma confesso che dopo la serie di infarti dovuto al temporaneo smarrimento della telecamera ho preso la perdita del cavalletto con una certa filosofia.
Mi riconvertirò al treppiede cinese che usavo nel 2011 e ad uno zaino in cui infilare tutto il mio ciarpame senza dover girare carica come un muletto con 4 borse che rischio di perdere ad ogni sosta.

Morale: qualunque mestiere facciate, non fate come me!

videomakera
foto di repertorio dell’attrezzatura messa a repentaglio dalla mia stupidità

PS: il video sull’Expo comparirà nel mio canale YouTube appena avrò modo di montarlo, state connessi perché se dovesse riuscire come ce l’ho in testa sarebbe davvero godibile.

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